Integrazione scolastica: la Regione non trova la quadra con i sindacati

Integrazione scolastica: la Regione non trova la quadra con i sindacati

Rimandato ancora una volta a data da definire, il destino dei 230 lavoratori addetti all’integrazione scolastica nelle scuole del Salento. Ieri infatti nell’incontro a Bari, tra rappresentanti sindacali, Asl Lecce e Regione, non si è raggiunto un accordo tra le parti, motivo per cui i dirigenti regionali, hanno deciso di discutere della vertenza in sede separata, con le singole sigle sindacali, per poi raggiungere una conclusione.

Assistenti di ragazzi disabili inquadrati come addetti alle pulizie
Il nodo riguarda il corretto inquadramento del personale rispetto alle mansioni effettivamente svolte. I lavoratori infatti, assistono i ragazzi portatori di handicap, nelle rispettive classi scolastiche, aiutandoli nell’igiene, nei bisogni fisiologici, durante i pasti a scuola, oltre a prendersi incarico di accompagnarli da casa a scuola e viceversa, in alcuni casi somministrano terapie. Tutte funzioni proprie di operatore socio sanitario (OSS), ma che in realtà vengono affidate a lavoratori inquadrati come addetti alla cure degli ambienti (ausiliari). Da dieci anni il personale lavora quindi, senza alcuna tutela giuridica, svolgendo compiti non previsti dal contratto di lavoro, senza alcuna copertura assicurativa. Ciò per un errato inquadramento che avvenne da parte dell’azienda sanitaria leccese, al momento dell’unificazione dell’usl Lecce2 con la usl Lecce1. Vi erano allora lavoratori con medesime funzioni, ma due tipologie di contratti: una in categoria A (ausiliario) e l’ altra in categoria B (OTA). Nell’omologare l’organico sotto un’unica Asl, venne fatto firmare un rapporto di lavoro in categoria A, corrispondente alla cura degli spazi, uguale per tutti i lavoratori. Questi quindi si sono visti declassati anche dal punto di vista economico.

La vertenza sindacale
Più volte è stato chiesto dai sindacati, di rivedere la posizione dei lavoratori, sollecitando anche il governo regionale che, nel 2015, ha indetto un corso formativo per portare il personale alla categoria di operatore socio sanitario, dando la possibilità ai lavoratori, di acquisire il titolo di OSS, requisito fondamentale per passare dalla categoria A alla BS, quella corrispondente alle funzioni effettivamente svolte.

Proprio su quest’ultima categoria, si sono divisi i sindacati: c’é infatti come la UIL e la FSI, che chiede di inquadrare il personale alla categoria BS, che prima non esisteva, ma che nel corso del tempo si è delineata come quella corrispondente all’attività di operatore socio sanitario (OSS), visto che molti di loro hanno anche acquisito il titolo con il corso regionale. C’é anche chi accetta la proposta dell’Asl, che vorrebbe inquadrare tutti in B, la categoria che più si avvicina alle mansioni svolte, ma che corrisponde alla figura di OTA e non di OSS. L’Asl e con lei i sindacati CISL e FSI -USAE di Franco Perrone, si appellano alle sentenze dei tribunali amministrativi, che hanno dato ragione ai lavoratori che hanno fatto ricorso nel 2010, riconoscendo loro l’inquadramento in B, come categoria corretta.

L'immagine può contenere: 4 persone, tra cui Dario Cagnazzo, persone sedute e spazio al chiuso

D’altro canto Dario Cagnazzo della FSI, dichiara che “l’Asl vuole estendere la sentenza anche a chi non ha fatto ricorso, portando il personale alla categoria B che però andava bene all’epoca del ricorso, ma oggi le cose sono cambiate e la figura dell’OTA sta andando scomparendo, l’inquadramento corretto è – per Cagnazzo – quello dell’OSS (BS).” La decisione dell’Asl invece va accettata per la CISL e per la FSI – USAE, come male minore. Le risorse finanziarie non sono sufficienti – fanno notare gli esponenti delle de sigle sindacali – e portare i lavoratori ad una categoria elevata, significa mettere nelle condizioni l’Asl d non poter soddisfare questa esigenza, tanto più che l’Asl ha fatto ricorso alla cassazione rispetto alla sentenza della corte d’appello che dava ragione ai concorrenti, che chiedevano l’inquadramento in B, figuriamoci in BS.

Una questione che divide: per la UIL così come per la FSI, i lavoratori restano declassati anche passando da A in B, l’Asl rischierebbe una valanga di ricorsi in questo caso, se non dovesse rispettare il giusto inquadramento contrattuale in BS. Ricorsi a cui l’azienda sanitaria, dovrà andare incontro e che molto probabilmente gli costeranno molto di più di quello che spenderebbe con l’aggiornamento contrattuale in OSS.

Quanto ai prepensionamenti, circa 52 persone, il problema non si pone. Ci sarebbe però da discutere la questione degli arretrati. L’Asl riconoscerebbe loro arretrati dal settembre 2018, mentre la UIL e la FSI di Cagnazzo non sono d’accordo. I lavoratori sono demansionati da 10 anni e anche più, senza percepire lo stipendio che spetterebbe loro realmente, l’azienda sanitaria dovrebbe riconoscere gli arretrati almeno degli ultimi 4,5 anni.

Ad accettare invece la posizione dell’Asl, la CISL e la FSI -USAE di Perrone, che temono che il passaggio in OSS, possa rappresentare paradossalmente un rischio. Il posto di lavoro nelle scuole, potrebbe diventare una richiesta legittima da parte di OSS vincitori del concorso di Foggia, nel momento in cui i lavoratori dell’integrazione scolastica passerebbero in BS. Non ci sarebbe – dicono i rappresentanti di CISL e FSI – USAE – le garanzie per la continuità lavorativa. Ç’ é un piano – riferisce Perrone – con un’apertura dell’Asl per impiegare i lavoratori sul territorio, tenendo conto che l’integrazione presto sarà assicurata dagli ambiti di zona dei comuni e non più dall’Asl.” Per questo i due sindacati, interpretando i desiderata dei lavoratori, preferiscono accettare le condizioni dell’Asl, piuttosto che reclamare diritti che metterebbero – a loro dire – a rischio gli stessi lavoratori.

Roberta Grima
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