Le tante facce del Covid viste in ospedale

Le tante facce del Covid viste in ospedale

Quando è arrivato il nuovo ventilatore per l’ossigeno, Mario non capiva bene cosa stesse accadendo, poi gli si sono illuminati gli occhi scoprendo che quell’aggeggio, come lo chiama lui, gli avrebbe permesso finalmente di mangiare, parlare, sentire. “La gioia era infinita – dicono gli infermieri – non finiva di ringraziarci. Quando gli abbiamo tolto la C-PAP, per passarlo al ventilatore airvo, uno dei pochi che abbiamo, non gli sembrava vero: finalmente poteva liberarsi da quel rumore continuo giorno e notte, che produceva la pompa erogatrice di ossigeno e che non lo faceva dormire da due settimane.

“Mi dovete dire i vostri nomi, chi siete, se siete medici, infermieri !” Così diceva forte Mario a un medico e un infermiera, voleva sapere a tutti i costi chi ci fosse dietro quelle tute bianche che in quel momento gli sembravano due angeli e che gli avevano tolto la C-PAP. E’ un casco che avvolge tutto il volto a ventosa, contro il quale viene “sparata” aria fredda da una pompa che 24 su 24 eroga con forza ossigeno. Questo finisce dritto dritto nei polmoni con getti violenti a tempratura molto bassa. Una condizione insopportabile per molti, sopratutto se anziani, sottoposti al fastidio della violenza del flusso d’aria, al rumore costante per giorni e giorni, dalla mattina alla notte. L’instinto di tanti é quello di strapparsi tutto, paradossalmente si ha la sensazione di costrizione, in realtà proprio quel sistema permette di respirare.

Ora che Mario si era visto sostitutire la C-PAP con un ventilatore a naselli, gioiva. “Il più bel regalo – diceva – dopo 15 giorni di costrizione, ossigeno freddo nei polmoni, finalmente poteva dormire, senza più avere nelle orecchie quel rumore continuo per 24 ore al giorno del macchinario. Finalmente un gettito d’aria graduale, a temepratura ambiente, che lascia libera la bocca e poter mangiare, le orecchie e riuscire a sentire la voce del medico, degli infermieri. Dopo 15 giorni di incubo, Mario sta meglio, ne avrà ancora per molto, dovrà passare gradualmente alla respirazione naturale e autonoma per ritornare a casa.

A casa voleva andarci anche Claudia, ma non ce la ha fatta quando ha visto la barella biocontenitiva. Lei è giunta nell’ospedale Covid insieme al marito, entrambi positvi. “Forse – ha raccontato al medico la donna – il virus è arrivato a casa nostra dopo un esame specialistico di mio marito, fatto in ospedale.”

Mamma di un medico, é rimasta infettata col suo coniuge, i due hanno condiviso la stanza del nosocomio, continuando a litigare come tutte coppie anche durante la malattia che rendeva più difficile tollerare qualsiasi cosa. Lui si é ripreso prima, mentre lei era più grave, ma si sono anche aiutati e hanno gioito insieme quando finalmente hanno saputo che potevano ritornare nel loro paese del Salento. Restando però ancora positivi, avrebbero continuato la terapia in casa, rimanendo isolati. Così quando il personale ha chiamato due ambulanze per traportare la coppia, lui é partito, mentre lei ha tentennato. “Non ce la faccio ad entrare in quel tunnel” – spiegava affranta all’infermiera, riferendosi alla barella biocontenitiva. “Non si può lasciare aperto anche un pezzettino di quel telo trasparente ? Io a stare lì sotto chiusa completamente, mi sento moririe.” Mezz’ora di trattativa, ma la donna alla fine é rimasta in ospedale. Solo il giorno dopo ha preso coraggio, pensando al marito che intanto era a casa, così con delle gocce di sedativo, é riuscita ad entrare nella barella di biocontenimento e raggiungere il suo Giuseppe.

Maria invece a casa non è più tornata. “La cosa peggiore per noi – dice il medico – è dover chiamare il figlio in questo caso, per comunicare che la mamma è deceduta.” Aveva 90 anni, purtroppo basta poco ad una donna come Maria per scombussolarsi anche in modo fatale. Lei è arrivata da una residenza per anziani, dove si era creato un focolaio, non aveva però la polmonite, ma già lo spostamento dalla RSA all’ospedale, il passaggio da un ambiente dove si sta in compagnia, dove si poteva ricevere i parenti, alla solitudine, rende queste persone anziane ancora più fragili e questo incide anche sullo stato di salute. Ha fatto in tempo a parlare col figlio, il giorno prima in videochiamata, grazie ad un tablet in dotazione al reparto. Era felice.

Anche la moglie di Giovanni ha chiesto di poter fare una videochiamata, ma non è stato possibile. Il personale sanitario ha ritenuto che sarebbe stato meglio farla in un altro momento, non voleva che la moglie vedesse gli effetti del Covid al cervello, quando è a secco di ossigeno. L’uomo sparlava, diceva frasi senza senso, offriva soldi a chi gli avrebbe tolto i legacci che servivano a tenerlo fermo, per fare la terapia di ossigeno. E? arrivato in ospedale disorientato, si muoveva di continuo, non stava a letto, né teneva la C-PAP che cercava di strapparsi dal volto. Gli infermieri non potevano dargli sedativi perché riducono la frequenza del respiro, così hanno dovuto chiamare necessariamente i colleghi della psichiatria per poterlo tenere fermo e somministrargli l’ossigeno. Giovanni adesso sta meglio farà la videochiamata con la moglie. Lei teme che suo marito possa pensare di essere stato abbandonato dalla famiglia.

Come Giovanni, anche Maurizio ha avuto effetti neurologici, la carenza di ossigeno gli ha dato allucinazioni, il suo cervello affamato d’aria, gli faceva vedere cose inesistenti: lucertole sulle pareti della stanza dell’ospedale. Anche lui sragionava, chiedeva al personale ospedaliero se ci fossero appartamenti in vendita. Durante il giro visita, il medico lo ha osservato: lui, Maruzio sull’ottantina, fissava un punto nel vuoto, faceva sempre gli stessi movimenti con le mani, la mancanza di ossigeno al cervello, gli aveva evidentemente provocato delle alterazioni. Da qualche giorno però sta benino, certo vorrebbe la TV, come gli altri pazienti che hanno le camere con la televisione, sono soltanto tre stanze, le altre ne sono sprovviste.

I pochi giovani ricoverati e che stanno meglio, si aggrappano al telefonino messaggiando su what app, vedendo film, ma i più anziani sentono ancor di più la solitudine in un tempo che sembra non passare mai.

Ora che siamo più liberi di circolare, ricodiamoci della gioia di Mario quadno ha tolto la C-PAP, del panico di Claudia davanti alla berella dicontenitiva, dell’addio di Maria, ricordiamoci delle allucinazioni di Giovanni e del disorientamento di Maurizio, ricordiamocelo quando non mettiamo la mascherina o la teniamo sul mento, oppure sulla bocca lasciando scoperto il naso perhé ci dà fastidio.

Roberta Grima
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