Al via la rete Parkinson, Lecce apripista

Al via la rete Parkinson, Lecce apripista

L’ospedale “Perrino” di Brindisi e il “Miulli” di Acquaviva delle Fonti, sono stati individuati dalla Regione Puglia come centri di riferimento per l’ impianto di stimolazione cerebrale profonda (Deep Brain Stimulation) applicata ai casi gravi di Parkinson. Questo metodo prevede l’inserimento di un elettrodo in un punto definito del cervello. L’elettrodo viene poi collegato a un pacemaker collocato nella regione anteriore e superiore del torace. Gli impulsi elettrici provocano una diminuzione dei sintomi della malattia. Lo stimolatore può essere attivato o disattivato con l’ausilio di un telecomando.

In Regione si sta lavorando per creare una rete di servizi per potersi prendere cura dei circa 8000 pugliesi colpiti da questa patologia neurodegenerativa, che nella maggior parte dei casi colpisce gli uomini rispetto alle donne. Sono persone che però, molto spesso non trovano punti di riferimento per la terapia da seguire e per la gestione della malattia stessa. Il territorio pugliese offre servizi mal distribuiti, molto spesso scollegati tra loro, il che comporta un’impossibilità a prendersi cura del paziente, attraverso un percorso fatto di step : il medico di base con il compito di fare la prima diagnosi, il neurologo specialista deputato a confermare la diagnosi e indicare la terapia, i centri specializzati che gestiscono le prestazioni diagnostiche e terapeutiche ad elevato grado di complessità, come appunto il “Perrino” e il “Miulli”.

Proprio l’Asl di Lecce è partita con l’attivazione di una rete di servizi per il Parkinson, facendo da apripista per la rete regionale, vista anche l’urgente necessità degli oltre 2 mila pazienti solo nella provincia di Lecce, con un assetto organizzativo che vede collegati il territorio con l’ospedale, dal medico di base, allo specialista parkinsoniano ospedaliero, ai servizi sul distretto per l’assistenza. Un collegamento supportato anche tecnologicamente, con un’innovativa piattaforma informatica “Resettami Rete Parkinson”, che mette in comunicazione lo studio del medico di base, con l’ospedale e il distretto, per monitorare e gestire al meglio la presa in carico della persona ammalata.

Più di due anni di analisi e di lavoro preparatorio, dal tavolo tecnico regionale alla delibera “madre” varata dalla Regione Puglia nel luglio 2017, sino alla delibera 1434 con cui nel giugno scorso la ASL Lecce, in quanto capofila del progetto, ha definito il proprio modello operativo e delineato gli attori coinvolti. Un percorso che ha portato ad un assetto organizzativo nel quale, a seconda delle fasi della malattia, entreranno in gioco i medici di base, gli specialisti parkinsonologi ospedalieri, quelli territoriali , le relative strutture ospedaliere di Neurologia, oltre ai cosiddetti Ambulatori Parkinson, con il fondamentale supporto del personale infermieristico e la collaborazione in chiave multidisciplinare di geriatri, cardiologi, gastroenterologi, fisiatri e fisioterapisti, psicologi, logopedisti ecc. Il paziente, insomma, sarà seguito in ogni momento della malattia: diagnosi e terapia iniziale, fase intermedia stabilizzata e fase avanzata, monitoraggio clinico farmacologico, indagini diagnostiche, modifiche della terapia, riabilitazione.

Sarà compito dei vari livelli intervenire nel modo più appropriato, sotto la supervisione del coordinatore della rete aziendale dr. Francesco M. Cacciatore. L’assistenza territoriale sarà assicurata nei Distretti da una decina di specialisti referenti collocati nei quattro snodi: Area Lecce-Campi Salentina; Area Nardò, Galatina e Martano; Area Gallipoli, Casarano, Maglie e Poggiardo; Area Gagliano del Capo. A livello ospedaliero, per prestazioni ad alta complessità e tecnologia, saranno coinvolte la Neurologia del “Fazzi” di Lecce e la Neurologia del “Panico” di Tricase. Spetterà poi al Centro di Ricerca Clinica in Neurologia dell’Università di Bari, con base nell’Ospedale di Tricase, chiudere il cerchio offrendo il necessario supporto scientifico.

La Rete Parkinson, rinforzata con un congruo aumento delle ore di specialistica ambulatoriale, sarà così in grado di ottimizzare le risorse, migliorare e uniformare i livelli di assistenza nel territorio regionale e aziendale, riducendo così la mobilità regionale ed extra-regionale dei pazienti, ma anche di limitare ed eliminare le criticità riscontrate: le incertezze diagnostiche (circa il 20 per cento dei pazienti non riceve una diagnosi corretta, nel 10 per cento dei casi si registrano errori diagnostici); la mancanza di presa in carico multidisciplinare e multiprofessionale delle persone con Malattia di Parkinson; la carenza di adeguate strutture riabilitative; la necessità di coinvolgere in modo più attivo le associazioni di volontariato e quelle dei familiari e dei pazienti, oltre che la possibilità di aumentare i momenti di formazione e informazione su questi temi. Un modello pronto anche per il prossimo futuro, quando l’invecchiamento progressivo della popolazione e l’aumento delle patologie connesse presenteranno il conto: nel 2030, infatti, i  pazienti affetti da Parkinson saranno destinati più che a raddoppiare.

 

Roberta Grima
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