Attivare la centrale gas del Dea, solo così é più sicuro

Attivare la centrale gas del Dea, solo così é più sicuro

ESCLUSIVO – Potrebbe essere non sicuro il ricovero di tanti pazienti Covid nel Dea. Se é vero quanto scritto nella relazione di pochi giorni fa, dall’ingegnere Alfredo Magnanimo, direttore operativo dei lavori di realizzazione dell’impianto di gas medicali del Dea di Lecce.

L’ingegnere, chiamato e probabilmente pagato, come consulente, dal direttore generale dell’Asl salentina Rodolfo Rollo, ha scritto nero su bianco che la distribuzione di gas medicale, così come avviene attualmente nei reparti del Dea, non è sicura e non è a norma.

A distanza di un anno dall’inchiesta giornalistica iniziata con il primo articolo il 10 marzo scorso, in cui denunciavamo le tante anomalie, sino a pochi giorni fa, con le denunce di operatori sanitari sulla carenza di ossigeno nei reparti Dea, tanto da vedersi costretti a ridurre i ricoveri, oggi l’Asl chiama a consulenza l’ingegnere Magnanimo, il quale scrive nella sua relazione di 30 pagine, che bisogna riportare nel più breve tempo possibile, l’impianto dei gas medicali del Dea, come da progetto originario, perché più sicuro. Attivare quindi la centrale autonoma criogenica del Dea, evitando la distribuzione dei gas tramite la condotta di collegamento alla centrale del “Vito Fazzi”, realizzata – scrive il professionista – in modo non corretto.

Prima di modificare o amplaire un impianto andavano fatte le dovute verifiche
E’ evidente – scrive l’ingegnere – che l’alimentazione della rete del Dea, direttamente dalla vecchia centrale del “Fazzi”, bypassando quella propria del Dea (dipartimento di emergenza e assistenza), comporti una modifica importante sia nell’impianto dell’ospedale leccese, sia in quello del dipartimento di emergenza e assistenza. Sulla base di questa considerazione, la ditta fornitrice di gas medicali, la Air Liquide, che ha fatto realizzare la condotta di collegamento tra i due plessi, avrebbe dovuto – scrive ancora Magnanimo – valutare prima se l’impianto del “Fazzi”, fosse stato in grado di garantire un incremento della portata di gas. Si trattava infatti di portare ossigeno non solo nei reparti dell’ospedale leccese, ma anche in quelli di un nuovo plesso, con il rischio che non ci fosse pressione sufficiente a mandare tanto ossigeno quanto richiesto con le nuove esigenze del Dea.

Sempre la ditta Air Liquide, avrebbe dovuto verificare – secondo l’ingnere Magnanimo – anche se i componenti installati nel Dea, come tubazioni, valvole, fossero compatibili con la modifica che si intendeva realizzare all’impianto con la condotta sino al “Fazzi”. Così come l’Asl avrebbe dovuto fornire i dati necessari per la Air Liquide, affinchè valutasse se l’opera di collegamento avrebbe potuto pregiudicare o meno il funzionamento dell’impianto esistente.

Altro requisito indispensabile – sottolinea Magnanimo – prevede che un ampliamento di un impianto esistente, come appunto quello della rete di distribuzione di gas del “Fazzi”, che veniva ampliato per servire un nuovo plesso, non può essere effettuato, se prima non si dimostra di avere il requisito relativo alla prova di contaminazione da particolato del sistema di erogazione.

Leggendo la relazione dell’ingegnere, si evince che tutto quanto previsto prima di realizzare la condotta di collegamento tra i due ospedali, non sarebbe stato fatto o per lo meno non risulta negli atti alcuna documentazione in merito alle verifiche che si sarebbero dovute attuare.

Ergo si sarebbe attivato un dipartimento di emergenza (Dea), con una distribuzione di gas medicali, senza una verifica preventiva nè sul Dea, nè sul “Fazzi” che veniva di fatto modificato nella sua rete di distribuzione di gas. Se poi le verifiche ci siano state, questo non risulterebbe dagli atti. Resta tuttavia il dubbio su come venissero a questo punto gestiti i pazienti bisognosi di elevati volumi di ossigeno, come le persone affette da Covid.

A proposito di questo, sempre l’ingegnere Magnanimo, specifica come in seguito ad opportune simulazioni effettuate sull’impianto del Dea, é possibile tarare i flussi di ossigeno in base all’effettivo bisogno e sopratutto all’elevato consumo dovuto al ricovero di pazienti Covid. Tutto questo però – sottolinea il professionista – è possibile solo, ripristinando nel Dea l’impianto originario. Diversamente – conclude Magnanimo – stando le condizioni attuali, non è realizzabile un sistema flessibile per tarare i volumi di ossigeno, incrementandoli quando servono. E da un anno a questa aprte di ossigeno ne serve eccome nei reparti del Dea.

In effetti più volte i medici hanno lamentato la difficoltà di ricoverare nel diaprtimento di emergenza, nonchè ospedale Covid, perchè pur essendoci i posti letto, l’ossigeno era insufficiente, superato un certo numero di degenze e di consumi di gas medicale.

I problemi resteranno anche quando il Dea non sarà più Covid
Ecco perchè il consulente di Rollo, scrive di fare presto e riportare tutto come da progetto, anche in previsione delle funzioni originarie del Dea, quando non sarà più ospedale Covid e magari tornerà dipartimento di emergenza e Hub di secondo livello, come stabilito dalla Regione con: 300 posti letto di degenza, oltre 40 posti di terapia intensiva, 12 sale oepratorie, trauma center e camera iperbarica con 12 postazioni.

In conclusione – scrive l’ingengere – l’impianto di collegamento realizzato e autorizzato dall’Asl in via provvisoria, per far fronte all’emergenza Covid, va rimosso per procedere all’attivazione delle centrali di stoccaggio/produzione a servizio esclusivo del Dea, realizzate nel pieno rispetto della normativa e come da progetto approvato.

L’asl dal canto suo dovrebbe pretendere un servizio di manutenzione dalla ditta che fornisce la distribuzione dei gas, con tanto di manule e registro degli interventi eseguiti. Cosa che ad oggi non c’è mai stata o per lo meno – come scrive l’ingegnere Magnanimo – non risulta alcun report manutentivo o registro agli atti.

Roberta Grima
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