“Fazzi” in tilt: interventi rimandati, pazienti e personale sanitario reclamano il tampone

“Fazzi” in tilt: interventi rimandati, pazienti e personale sanitario reclamano il tampone

La situazione sta sfuggendo di mano. Stammatina davanti l’ufficio del medico competente del “Vito Fazzi”, dottor Carlo Siciliano, si è riversata una fila di lavoratori: tra medici, infermieri, oss, ausilairi, ferristi, strumentisti di sala operatoria, tutti col timore di aver contratto il virus, tutti a reclamare con forza il tampone per il COVID.

Tutti a reclamare il tampone davanti la stanza del medico
Se come dicono dalla chirurgia plastica è tutto a posto e fortunatamente stanno tutti bene, in molti altri reparti dell’ospedale sopratutto quelli di branca chirurgica, c’è preoccupazione per non essere stati protetti abbastanza ed essere entrati in contatto con l’infermiere di anestesia, risultato positivo al virus. Il dipendente avrebbe lavorato l’ultima volta, prima di andare a casa, proprio nel blocco operatorio. Dunque i reparti chirurgici sarebbero quelli con il maggior rischio di aver contratto il virus. Molti si sono autodenunciati come possibili contagiati con e senza sintomi, proprio per aver avuto contatti con l’infermiere.

Branche chirurgiche in tilt.
Tanti interventi sono stati rimandati, nel frattempo si aspettano i risultati dei tamponi e si allerta il personale di Sanità Service per sanificare gli ambienti.
L’infermiere paziente 0 infatti, avrebbe circolato in molti reparti dell’ospedale, non soltanto nel blocco operatorio. Ha accompagnato pazienti, visto colleghi, parlato con medici, i chirurghi in contatto con l’infermiere a loro volta hanno visto altri colleghi e altri pazienti. Un effetto domino che si potrebbe scatenare tra dipendenti del sistema sanitario, ma anche tra pazienti ricoverati. Come già detto ieri, é risultato positivo un paziente della chirurgia toracica, nell’ ortopedia si sarebbe registrato il caso di una donna sospetta, così anche nelle malattie infettive ci sarebbe un nuovo caso.

I portatori sani circolano nell’ospedale liberamente
Il problema non è tanto il numero di contagi, che pure preoccupa, quanto la gestione del contagio. I tamponi sarebbero pochi ed è molto probabile quindi che non possono essere eseguiti su tutti, sin’ora sono stati effettutati solo in caso di sintomi. Questo ha consentito però che chi stesse bene e non avesse alcun segno, potesse lavorare in ospedale e circolare liberamente, senza sapere però se aveva il virus o meno, cosa che si può sapere col tampone.

Bonifiche parziali che non sanificano il reparto contaminato
A questo si aggiunge la bonifica degli ambienti, un’operazione che spesso viene eseguita in maniera parziale.
Chi lavora nei reparti ci riferisce che la sanificazione avviene nelle stanze, una volta spostati i pazienti positivi. Non viene cioé chiuso l’intero reparto per sottoporlo a bonifica. Lo stesso amminsitratore di Sanità Service Luigino Sergio, ci ha spiegato che man mano che le stanze si svuotano vengono sanificate.
E i medici che sono entrati in quella stanza contaminata, non sono forse usciti in corridoio per andare altrove? Gli infermieri che sono entrati dove è stato il paziente positivo, non si sono forse spostati in altre stanze di degenza? Non sono forse contaminati anche gli altri spazi? Gli esperti ci dicono che la coretta sanificazione dovrebbe essere fatta immediatamente, senza perdere troppo tempo, controllando il persoanle in servizio, chiudendo l’intero reparto, una volta svuotato e poi riempirlo con il personale sano, previo cioè controllo con tampone.

Non è forse meglio chiudere un reparto per la bonifica e poi riaprilo senza correre il rischio di dover adesso chiudere più reparti e forse l’intero ospedale?

Copertino deve insegnarci qualcosa
La carenza poi di mascherine e dispositivi di protezione non aiuta. Il silenzio dell’asl neanche, anzi crea allarme tra dipendenti e pazienti. “Manca una cabina di regia – dice Rosa Orlando presidentessa dell’associazione “Centro diritto alla salute”, serve un coordinamento che segua dei protocolli standard anche sull’espereinza di altri. L’esperienza di Copertino per esempio, avrebbe dovuto insegnare qualcosa: come intevenire immediatamente chiudendo gli spazi e bonificarli, non consetire al personale di lavorare come se nulla fosse, sottoporre piuttosto i dipendenti al tampone ed evitare le extralocazioni, i trasferimenti di pazienti da un reparto all’altro, per carenza di posti.

C’è rabbia e smarrimento in corsia. Medici che non vengono a lavorare per un raffreddodre – dicono – ma che sappiamo essere stato in contatto con l’infermiere anestesista, infermiere che stanno a casa perchè si è ammalato il figlio, operatori che non sanno cosa fare e chi invece ammette il possibile contagio, per cui sta in autoisolamento in attesa del risultato del tampone, mentre chi è stato operato, chiede adesso di fare il test.

Roberta Grima
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