Gli anticoagulanti che proteggono dall’ictus

Gli anticoagulanti che proteggono dall’ictus

3500 perone, tanti sono i pazienti seguiti dal centro trombosi ed emostasi del reparto di medicina dell’ospedale di Gallipoli, che seguono una cura a base dei nuovi farmaci anticoagulanti. Sono uomini e donne che grazie alle nuove cure hanno trovato un sistema più veloce ed efficace per combattere ictus, trombosi, senza il rischio di emorragie.

“Da quattro – cinque anni – spiega il dottore Luigi Ria, responsabile della medicina di Gallipoli – sono in commercio nuove terapie anticoagulanti, quelle che per intenderci possono sostituire il tradizionale Warfarin, meglio noto come Coumadin.” Ad assumere i nuovi farmaci sono persone che soffrono di fibrillazione atriale, trombosi venosa profonda, embolia polmonare, diabete, ipertensione, malattie cardio vascolari, che possono provocare la formazione di trombi che, una volta in circolo, causano ischemie o ictus. Ad essere più esposti a questo rischio, sono coloro che hanno dai 65 anni in su, più avanza l’età e maggiore é il rischio, soprattutto nelle donne che, con la menopausa, non sono più protette dagli ormoni e diventano più predisposte alle complicanze emboliche.”

La fibrillazione atriale per esempio, non è altro che un’alterazione del ritmo cardiaco che si coglie proprio quando il cardiologo visita il paziente e ascolta il battito del cuore, quando questo presenta un’anomalia ritmica, significa che non si contrae correttamente e di conseguenza non pompa bene il sangue, si formano così dei trombi specie nell’atrio sinistro del cuore. Una volta che i trombi si staccano dalla parete e vanno in circolazione (emboli), possono arrivare al cervello provocando l’ictus.

Come accorgersi se c’è un rischio simile? “E’ buona regola – dice il medico – misurare la pressione arteriosa periodicamente, almeno una volta ogni 15 – 20 giorni se si é una persona sana. Se si è iperteso invece, é opportuno farlo una volta o più alla settimana.”

Se dunque si é esposti a rischi, perché ipertesi o perché affetti da patologie come quelle su citate, é importante prevenire con delle terapie ablative, con farmaci antiritmici nel caso delle aritmie o fibrillazioni, e con cure anticoagulanti valide per prevenire la formazione di trombi. I medicinali anticoagulanti infatti, aiutano a rendere il sangue più “fluido”, riducendo i rischi di occlusione di un’arteria, una vena, un vaso, con conseguenze ischemiche.
Anche la presenza di un trombo nella vena di un arto, di solito quello inferiore, non è da sottovalutare, perchè potrebbe andare in circolazione sino al cervello o al polmone, provocando in quest’ultimo caso una trombosi polmonare.

I farmaci anticoagulanti si sono rinnovati rispetto alle terapie tradizionali, che richiedono periodicamente un controllo per verificare la sua efficacia, lo si fa solitamente tramite l’esame di laboratorio INR. Con le nuove terapie, questo passaggio non è più necessario – spiega il dottore Ria – la cura diventa molto più facile e snella per il paziente che non deve ogni volta sottoporsi all’esame in laboratorio ogni 3, 4 giorni, almeno inizialmente e poi ogni 15, 20 giorni quando é stabilizzato. Un processo che alla lunga diventa disagevole e non aiuta l’aderenza della terapia, a mantenere cioè con costanza la cura. Gli anticoagulanti innovativi invece riscontrano maggior presa da parte dei pazienti, sono ad assunzione orale e agiscono quindi direttamente su due fattori della coagulazione del sangue, con la stessa efficacia del farmaco tradizionale, in molti casi con maggior successo di cura. L’altro vantaggio di questi nuovi medicinali, è che non hanno l’effetto collaterale della terapia classica ossia l’emorragia cerebrale, che viene ridotta sino al 60%.

Non tutti però – ricorda il dottor Ria – possono assumere queste nuovi farmaci – chi sopratutto ha un’insufficienza renale grave deve attenersi alle cure tradizionali, se l’insufficienza renale é moderata i farmaci anticoagulanti nuovi non provocano effetti collaterali

Roberta Grima
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